La sindrome dello stretto toracico

1. Introduzione

Per quanto riguarda la sindrome dello stretto toracico, detta anche sindrome dell’egresso toracico, come per tutte le neuropatie locali un nervo viene messo in difficoltà, va in sofferenza, perché qualcosa lo comprime impedendogli di far bene il suo mestiere. Di conseguenza, il nervo che ha una consistenza gelatinosa viene compresso, pinzato, stirato, da qualcosa che è più forte di lui, il meccanismo delle neuropatie locali è sempre questo. Per cui quando si tratta di una neuropatia localizzata si parte sempre chiedendosi qual è il nervo in sofferenza e cos’è che lo manda in sofferenza.

In questo caso la sindrome dello stretto toracico è caratterizzata dal fatto che i nervi che costituiscono il plesso brachiale, cioè tutto ciò (fibre motorie, sensitive e vegetative) che dal rachide cervicale escono e vanno agli arti superiori, vengono compressi in un determinato complesso anatomico. Questo complesso è uno spazio anatomico virtuale (non è una cavità), ma una sorta di piramide definita ai lati dagli scaleni e dalla clavicola, mentre al di sotto si trovano il grande pettorale, il piccolo pettorale e la prima costa, inoltre possono contribuire le apofisi laterali di C7. In alcune persone ci può essere una costa accessoria.

All’interno di questo spazio anatomico passano tutti i nervi che costituiscono il plesso brachiale, l’arteria succlavia e la vena succlavia, ossia anche i principali vasi che vanno all’arto superiore. Quando una di queste strutture anatomiche che costituiscono la cavità, si prende più spazio di quello che deve, una struttura tra il plesso brachiale, la vena succlavia o l’arteria succlavia darà segno di sofferenza. Quindi, la sindrome dello stretto toracico non è altro che la compressione del fascio vascolo-nervoso del collo, tutti insieme o presi singolarmente, data da uno degli elementi che costituiscono lo stretto toracico.

2. Epidemiologia

Questa problematica colpisce circa dallo 0,5% all’1% della popolazione. La maggior parte delle persone che presentano questo problema, sono riconoscibili attraverso due habitus corporei:

  • Habitus astenico: magro, alto, non muscoloso, con spalle chiuse in avanti, la classica persona lassa con basso trofismo e basso tono muscolare (circa 30%). In questo caso la spalla in avanti è data da pettorali in accorciamento che chiudono lo stretto portando con sé le strutture lasse;
  • Soggetti ipertrofici: ossia soggetti che nella parte alta del tronco presentano delle masse muscolari importanti, ipertrofiche (es. culturista). In questo caso l’ipertrofia dei pettorali e degli scaleni va a chiudere lo stretto.

3. Quadro clinico

A livello clinico si sviluppano dei disturbi sensitivi e motori che riguardano l’arto superiore. Questi disturbi sono prevalentemente soggettivi, intermittenti, spesso scatenati da particolari movimenti o posture. Quindi saranno intermittenti perché non sono sempre presenti, ma vengono scatenati da determinati movimenti, o determinate posizioni che il soggetto assume durante la vita quotidiana.

Questi disturbi possono essere più o meno mescolati tra loro, nel senso che il soggetto può presentare qualche disturbo della sensibilità, qualche disturbo motorio, e nessun disturbo di circolazione. Oppure, viceversa può avere una prevalenza dei disturbi circolatori e nessun disturbo neurologico.

In questo caso è importante una buona diagnosi differenziale da cervicalgia, ernia cervicale, patologie polmonari o patologie della spalla. Sono diversi i problemi di salute che potrebbero dare sintomi simili, se non addirittura identici a questi.

In questi casi la diagnosi dev’essere prevalentemente clinica, quindi ci sono tre test che ci aiutano a capire in maniera ragionevolmente sicura se ci troviamo o meno davanti ad un problema di sindrome dello stretto toracico. Questi test si fanno preferibilmente sempre in posizione seduta (perché non sappiamo se è veramente stretto toracico o il paziente ha sindromi vertiginose, per cui facendo questi test il paziente non mi deve svenire né cadere) e sono:

  1. TEST DI ADSON: si chiede al paziente di mettere in capo in iperestensione e di ruotarlo (contrazione degli scaleni) dal lato che vogliamo indagare. Da quel lato che vogliamo indagare, il braccio rimane addotto (contrazione del pettorale) e si richiede un’inspirazione forzata (alzi la prima costa). Se compaiono delle parestesie oppure un rallentamento del polso radiale il test è positivo, è bene farlo anche nella parte controlaterale;
  2. TEST DI WRIGHT: si chiede al paziente di tenere l’arto superiore abdotto almeno a 90°, se riesce qualcosa di più, in extrarotazione e retroposizione (posizione del pallanuotista che carica il tiro) e richiedo di rimanere in quella posizione per un po’ di tempo. Il test è positivo se compare affaticamento, dolore, parestesie o una riduzione/scomparsa del polso radiale.

Per quanto riguarda questa sindrome, sono utili tutti quegli esami diagnostici che ci possono servire per escludere le altre possibili diagnosi. Tra questi troviamo la radiografia (per vedere se c’è una costa accessoria o una C7 ipertrofica), l’elettromiografia (per sapere se la fibra nervosa è danneggiata). Non esiste un esame che ci permette di diagnosticare la sindrome dello stretto toracico, ma gli esami che possiamo chiedere serviranno a fare una diagnosi differenziale.

Il trattamento, essendo di fronte ad una neuropatia locale in cui il nervo ha poco spazio a sua disposizione, per cui sarà basato sulla ricerca di donare più spazio al nervo per liberarlo, cioè di aumentare lo spazio per la componente vascolo-nervosa e facilitare lo “scivolamento” delle strutture circostanti. Tutto questo può essere garantito da esercizi di stretching per detensionare grande pettorale, piccolo pettorale e scaleni, cercando, quindi, di liberare spazio togliendo tensione ai muscoli, cercando di diminuirne il tono e il trofismo. Gli esercizi di stretching possono essere fatti banalmente anche a casa in ogni momento della giornata, come ad esempio, per quanto riguarda i pettorali mettendoli in tensione con la spalla abdotta a 90° e il gomito esteso si cerca di fissare il braccio allo stipite della porta ruotando il tronco dalla parte opposta. Mentre per gli scaleni, essendo sia muscoli respiratori (elevano le coste), sia muscoli flessori del capo, si possono mettere in tensione flettendo il capo dalla parte opposta e espirando profondamente.